sabato, 27 gennaio 2007
Per la serie "Villaggio Globale", voi lo sapevate?
La Loretta Goggi messicana è Yuri Gonzaga
sabato, 20 gennaio 2007
Mi piace quando un personaggio pubblico dichiara quello che realmente pensa senza maschere e ipocrisie. Fabrizia Carminati lo fa in un’intervista rilasciata da poco in cui dice peste e corna su quel Mike Bongiorno che sono tutti soliti riverire e applaudire, ma soprattutto ammette di esser stata esponente di prima linea di quella vallettopoli che a quanto pare affonda le sue radici nella preistoria del tubo catodico.
Volete sapere com’è in realtà Mike? Un cinico, egoista, calcolatore e leccaculo che scattava sull’attenti quando incontrava Berlusconi e che non divideva nè una caciotta né un cosciotto di Gran Biscotto Rovagnati con i suoi collaboratori. Un misero taccagno legato ai gettoni d’oro degli sponsor, solito riciclare le borse della moglie come regali. Una feccia d’uomo. Altro che applausi e riconoscimenti, meriterebbe ben altro!
E vallettopoli? L’antesignana è proprio la Carminati. Una che non è andata con il capo, ma con il Capo del capo. Ovvero il Cavaliere. Una specie di storia d’amore e di sesso (a quanto pare da 10 e lode) all’ombra della Madunìn. Da copione. Con finale da manuale: lui trova l’amore (grazie all’amante), lei si rimette col fidanzato che poi sposerà.
E alla faccia dell’ipocrisia un unico grande sogno lavorativo: fare l’isola dei famosi.
La Carminati mi piace.
p.s. dimenticavo, la Carminati ha pure detto che LUI le ha sussurrato all'orecchio di essere ancora una bella figa. Dici niente.
giovedì, 18 gennaio 2007
Okay, confesso che sto seguendo la prima puntata di questo Grande Fratello ormai trito e ritrito. Da notare che come sempre (alcuni) tra i concorrenti non sono nuovi al mondo dello spettacolo (la stessa conduttrice l'ha ammesso).
Ad esempio Raniero Monaco di Lapio (che non è parente di Marina Ripa di Meana nè di Lucrezia Lante della Rovere) qualche anno fa ha partecipato al programma "Set " in onda su Leonardo. Capello lungo e tatuaggi d'ordinanza (da notare quello sulla spalla sinistra). Eccolo:




qui il suo composit
martedì, 16 gennaio 2007
20 Aprile 1994
Gentile Sig.ra (omissis),
probabilmente ne è a conoscenza, ma nel caso in cui Alex non gliel’abbia detto, ho provveduto a punirlo con 1 ora di castigo il prossimo venerdì, giorno 22 Aprile. Il motivo è il seguente:
Alex mi ha provocato insistentemente. Durante la lezione mi ha contraddetto più di una volta quando sostenevo che la lunghezza di un chilometro fosse superiore a quella di un miglio. Tutti gli altri studenti in classe accettavano la lezione senza argomentare, mentre suo figlio rifiutava di credermi, fornendo delle confutazioni come “Lei sta mentendo alla classe” esortando gli altri studenti a mettere in discussione il mio curriculum.
Nonostante avesse ragione, le rimostranze di Alex mostrano un vistoso disprezzo nei confronti dell’autorità oltre che una totale mancanza di rispetto verso la sua Scuola. In futuro sarebbe preferibile che Alex accettasse semplicemente i miei insegnamenti senza resistenze.
Per favore, si assicuri che suo figlio comprenda.
Saluti,
(omissis)
***
Questa l'originale:

E poi ci lamentiamo dello stato in cui versa la scuola italiana.
p.s. tanto per la cronaca 1 miglio terrestre equivale a 1.609,34 metri, mentre 1 miglio marino a 1.828 metri...
Credo che trovarsi al ristorante in un tavolo da dieci in compagnia di 2 persone che conosci bene, altre 2 che conosci fino a un certo punto e le restanti 6 che non hai mai visto in vita tua,sia tra le situazioni più fastidiose e imbarazzanti che possano capitare.
La mia idea di tempo libero è piuttosto rigida, a dire il vero. Concepisco il divertimento solo con certe persone. Ad esempio, per me andare a mangiare fuori vuol dire rilassarsi con gli amici stretti o il partner. Stop. Quando i commensali sanno a malapena il tuo nome per me è come si trattasse di una cena di lavoro che, detto tra noi, gradisco quasi quanto una sfida di ballo di una puntata serale di Amici di Maria De Filippi.
Dunque quando mi ritrovo di sabato sera al ristorante insieme a un gruppetto di persone di cui mi può interessare quasi quanto l’ultima fatica editoriale di Andrea Pinketts, in quello spazio prezioso che chiamo “tempo libero”, mi viene un’ansia terribile.
A maggior ragione quando il divertimento principale degli amici dell’amico del cugino della sorella del mio amico è quello di guardare al cellulare filmati esilaranti scaricati da internet o fotomontaggi divertenti come la banana sbucciata a forma di fallo.

Una cena che ne ricorda un'altra (era una pubblicità francese)
Tuttavia nessun imbarazzo è paragonabile a quello provato nel 2002 quando per una cena di lavoro, non so ancora come, mi ritrovai a Londra – in piena city – nella fastosissima “Gondolier’s room” dell’Hotel Savoy. Un supplizio interminabile.
Circondato da una ventina di colleghi inglesi, per lo più donne sui 35 anni portati come un’inglese media di trentacinque anni porta i suoi anni, abbigliate con qualcosa che definirei vesti leggere e colorate – sobrie quanto i kafkiani di Marta Marzotto ma più simili ai parei dei vucumprà di San Vito Lo Capo – e senza calze (la temperatura era di 10-12 gradi al massimo, ma essendo aprile per loro era primavera inoltrata).
Seduto accanto al megadirettore galattico della mia azienda, un cubano che aveva rinnegato le sue origini latinoamericane per abbracciare la causa capitalistica occidentale (tant’è che parlava un inglese più incomprensibile dell’italiano di Paris Hilton – "mellio kembiarwi" – nello spot dei cellulari) e che mi rivolgeva domande dal contenuto ancora ignoto che comprendevo esser tali sol perché, alla fine, riuscivo a percepire un’intonazione inquisitoria.
Per non parlare del cibo. Avete mai provato a gustare l’alta cucina inglese di un hotel a 5 stelle? Bene, se non l’avete fatto, non fatelo mai. Quello che vi porterebbero a tavola nella sciagurata ipotesi ci cedere a questa tentazione culinaria avrebbe infatti la parvenza di tutto fuorché di qualcosa di commestibile: brodaglie insulse, filetti sanguinolenti più spessi che larghi e dolci budinosi dall’aspetto inquietante.
Tutto questo condito dalla stizza di non essere da qualche altra parte di Londra a sballare (si trattava di una frenetica due giorni) piuttosto che rinchiusi mezza giornata nella sala di un albergo a digiunare!
giovedì, 11 gennaio 2007
La somiglianza improbabile
Mi è stato detto di tutto: che somiglio a Nek, che ricordo Robbie Williams, che ho qualcosa di Enrico Papi (tocchiamo ferro), che sembro Enrico Montesano, che ho il viso come Ben Affleck, che sono uguale a un attore di Un posto al sole o a Jim Carey. Ma Cristopher Lambert ancora non me l’aveva detto nessuno!
Il particolare bizzarro
Quando mi trovo in prossimità di una candela è più forte di me e faccio gocciolare sempre un po’ di cera sul dorso della mano. Masochismo?
L’info inutile a carattere infantile
Da piccolo mia madre costringeva me e mio fratello a indossare dei terribili pantaloni alla zuava – quei pantaloncini che si fermano appena sotto al ginocchio e allacciati con un bottone – uguali. Un vero supplizio. Inoltre imponeva al barbiere di tagliarci i capelli – all’epoca liscissimi – con caschetto e frangetta simil casco di banane, tipo Caterina Caselli giovane. Un look che detestavamo, decisamente poco anni 80.
L’aneddoto imbarazzante (ma non troppo)
Non lasciare mai la porta socchiusa dopo aver fatto quello che si fa tra fidanzati. Soprattutto se in casa vivono altri coinquilini invadenti. E comunque accertarsi sempre che, una volta che il partner sia uscito dalla stanza per andare – chessò – in cucina, la porta sia stata accuratamente chiusa. Ricordarsi in ogni caso di vestirsi il più velocemente possibile.
Una tremenda verità
Mio nonno paterno era cugino di secondo grado della mamma di Raffaella Carrà.
***
Ho mutuato da questo bel blog, adesso passo la palla ai solerti lettori.
mercoledì, 10 gennaio 2007
Le mode linguistiche, forse per il fatto di non essere “spontanee” e dunque di essere in qualche misura indotte, “imboccate”, sono tra le cose più irritanti e fastidiose che possano esserci.
Non so se si tratti di una moda ma da qualche tempo ho notato un incremento esponenziale, nel linguaggio parlato, del “quant’altro”. Questa locuzione sembra aver mandato in soffitta il più musicale “eccetera”, diventando quasi un intercalare. Un elemento imprescindibile del discorso.
Un must.
Quando si devono elencare una serie di elementi l’ “eccetera” risulta molto più “possibilista”, democratico, open-minded. Se dico “eccetera” affermo (e accetto) i miei limiti a comprendere il mondo, lascio aperte delle possibilità, prendo in considerazione ciò che – al momento – non mi appartiene, riconosco le diversità eccetera eccetera…
Il “quant’altro” invece, troncando l’eventualità di un elenco, crea l’illusione di possedere il “tutto”, è molto più presuntuoso, ha paura a riconoscere la diversità, teme l’imprevedibilità, è meno democratico e temerario, deresponsabilizza, banalizza, è più conservatore e quant’altro.
Ecco perché preferisco chi dice “eccetera”. Mi appare più tollerante.

Rita Levi eccetera eccetera. Una donna aperta e tollerante.
***

Roberto Calderoli. Un pressoppochista del quant'altro.
martedì, 09 gennaio 2007
Cosa leggo qui? Vuol dire che da domani posso andare da quei perfidi avvoltoi che si divertono a estorcere denaro a noi poveri cittadini e strappargli in faccia la multa danzando come l’happy hippo con pernacchia annessa?
lunedì, 08 gennaio 2007
Quest'anno ai Telegatti pretendo una categoria ad hoc con le seguenti nominations:
1. "No, no, io mi do fuoco!" (De Martino vuole darsi fuoco, Tg2 Dieci minuti, Rai Due)
2. "Fascista! Impotente!" (Lite Sgarbi-Mussolini, La Pupa & il Secchione, Italia 1)
3. "Salace scorretta!" (La madre di Domiziana Giordano difende la figlia dagli attacchi beceri di Simona Ventura, L'isola dei famosi Honduras, Rai Due)
Resi noti i nomi dei “big” di Sanremo, mai come quest’anno il cast preannunciato si presta a una suddivisione in categorie così netta.
Peccato solo che l’idea di Bonolis (poi ripresa da Panariello) di suddividere i cantanti in gara in gruppi sembra essere stata accantonata dal nuovo che avanza ovvero dalla NUOVA (si fa per dire) gestione del Pippone nazionale.
Pippone nazionale a cui tutto si può dire tranne che non sia capace di creare aspettative su un evento che, diciamolo pure, i suoi 57 anni sul groppone li dimostra tutti e forse anche qualcuno in più.
Ad ogni modo, fossero rimaste le categorie, la suddivisione delle ugole con ogni probabilità sarebbe stata la seguente:
Categoria 1 “Le Cariatidi”.
Settant’anni o giù di lì. Vere e proprie istituzioni sanremesi, nazionalpopolari, talvolta scongelate dalla loro cella criogenicamente conservata.
a) Albano detto “Il cigno di Balkalà” ma anche "Quello che Michael Jackson copia spudoratamente"
b) Milva conosciuta anche come “La pantera di Goro” o “La Rossa di Strehler” o “La pantera rossa di Brecht”
c) Johnny Dorelli (domanda: is he still alive?)
d) I Bellas Brothers ovvero Gianni e Marcella Bella
Categoria 2 “I vecchidentro” (o se volete gli “Old inside”).
Sempre e comunque vecchi. C’è poco da fare.
a) Roby Facchinetti dei Pooh featuring suo figlio Francesco già Dj (niente da aggiungere)
b) Tosca detta anche “Quella con la faccia da pugile che cantava con Ron”
c) Nada ovvero “Non c’è trippa per gatti”
d) Mango ovvero quello con la voce così alta da sembrare Maria De Filippi evirata
Categoria 3 “I Sempreggiovani” (o se volete “Young Forever”).
Quelli che anche a cinquantanni (se già non li hanno compiuti) saranno sempre e comunque etichettati come beniamini dei gggiovani (secondo la giuria sanremese...).
a) Daniele Silvestri detto anche “Quello che cantava col megafono e poi quello che cantava anche col megafono e ancora quello col megafono e basta”
b) Leda Battisti ovvero “La Noah de Noahntri” oppure “Quella che in quel reality musicale hanno eliminato quasi subito”
c) Paolo Meneguzzi ovvero “L’Antonino magro” o “Il Tiziano Ferro sfigato” o “Ma quanti cazzo di Sanremo ha fatto?”
d) I Velvet (…)
Categoria 4 “I Mo’ ce tocca”
Quelli che dopo i fasti del passato e il nulla del presente, non ci resta che giocarci la carta di Sanremo (ovvero “Magari c’abbiamo ancora culo e ci cascano tutti!”).
a) Gli Stadio (dati i tempi che corrono, avrei optato per un altro nome, chessò i “Velodromo” forse sarebbe stato più adatto)
b) Fabio Concato detto anche “Quel cantante dotato con la faccia da impiegato del catasto” oppure “Quell’impiegato del catasto che sa cantare troooppo bene!”
c) Antonella Ruggiero conosciuta anche come “Quella bravissima che però non vende una cippalippa di un accidente di disco”
d) Gli Zero assoluto (se lo dicono loro stessi, e vabbè non vale)
Categoria 5 “I ma che c’azzecca?”
Semplicemente opportuni a Sanremo come una spolverata di parmigiano sull’impepata di cozze
a) Amalia Grè ovvero “Quella che si trucca come Mina ma la voce…”
b) Piero Mazzocchetti (eh????)
c) Paolo Rossi detto anche “Piero Chiambretti con gli occhi azzurri dopo sette bottiglie di grappa”
d) Simone Cristicchi ovvero “Quello che visto da dietro tra lui e Marcella Bella nessuna differenza”

Piero Mazzocchetti (se sapete il tedesco eccovi il sito ufficiale)
sabato, 06 gennaio 2007
Sal e Ser sono due miei amici caratterizzati da (per quanto riguarda Sal) una conoscenza specialistica dell’inglese che rasenta una padronanza pari quasi a quella di un madre lingua del profondo Derbyshire e (per quanto riguarda Ser) una cultura più ampia che contempla dunque ANCHE un’ottima conoscenza della lingua di Paul McCartney (o se volete di Lee Ryan degli ex Blue) – insieme a tutta una serie di nozioni più o meno interessanti che spaziano dal jazz alla neurologia (passando anche per la statuaria di Prassitele).
Bene, se pensate che dati i presupposti di cui sopra i due risultino divertenti quasi quanto un monologo di Martufello (o un film con Massimo Boldi e Christian de Sica, vabbè fate voi), vi sbagliate di grosso.
Il segreto infatti sta nel farli interagire.
Avete mai provato a mettere insieme due che si fanno la guerra per primeggiare sul piano culturale? Due che si sfidano continuamente sui significati delle parole, le etimologie dei vocaboli e le accezioni dei modi di dire (sia in Italiano che in Inglese) con la speranza di beccare l’altro impreparato?
Bhè, se non l’avete mai fatto, fatelo. Posto che sia facile trovare due persone piuttosto colte o specializzate: verrà fuori qualcosa di estremamente divertente. Soprattutto se vi trovate di sera in un locale con altre 200 persone intorno a voi in uno dei posti più cool della città.
Non ci crederete ma la miccia si è innescata sul significato inglese del verbo TO SUMMONS: uno (Ser) sosteneva l’utilizzo corrente di questo verbo con il significato di “ordinare di presentarsi in tribunale”, l’altro (Sal) – colto in flagrante – negava il suo uso nel linguaggio comune, quello parlato dalla gente.
Ora, non che a me interessasse più di tanto sapere come si dica in inglese la locuzione “ordinare di presentarsi in tribunale”, ma credo che se la discussione fosse andata avanti un altro po’, qualcuno sarebbe finito davvero to be summonsed to appear in a lawcourt*. E magari condannato a leggere tutti i libri sull’inglese del maestrino Beppe Severgnini (tanto per rodersi ulteriormente il fegato).
*essere chiamato in giudizio