lunedì, 12 giugno 2006
A guardarlo così, a occhio e croce, gli si darebbe del “francescano”. La folta barba e le sopracciglia poco curate, in un mondo dove un look trendy sembra essere diventato un must, farebbero pensare a tutto meno che a un campione dello sport. Di uno sport minore come il volley, a dire la verità, ma pur sempre giocato ai massimi livelli.
Leonardo Morsut, giocatore di pallavvolo di ottime speranze, 16 presenze in nazionale e la World League 2005, è distante anni luce dai vari Aldo Montano, Filippo Magnini, Stefano Bettarini & company. Sportivi, di varie discipline per la par condicio, che sembrano dedicare molto tempo al capello piuttosto che al prossimo piercing da sfoggiare. O al prossimo tatuaggio.
Va bene, non sarà quel che si dice un belloccio, ma lui alle serate briatoresche, alle partecipazioni ai reality, al richiamo delle passerelle, ha preferito la stranissima (per un giocatore affermato) via della ricerca universitaria: abbandonerà il campo e guadagni non indifferenti, sebbene distanti dalle cifre a sei zeri di alcuni sport più remunerativi, per dedicarsi anema e core allo studio delle biotecnologie mediche.
Una scelta fuori dal comune. Leonardo Morsut lo invito a cena, mi deve togliere un paio di curiosità:
(Dopocena: a giocare a Monopoli. Il re dei giochi da tavolo).
*****
Per chi se li fosse persi, gli altri inviti a cena erano per:
3) Selvaggia Lucarelli detta Selvy (che ha pure commentato il post lasciando capire, in tempi non sospetti, che avrebbe partecipato alla Fattoria)
sabato, 17 dicembre 2005
Non sarà l’emblema dell’eleganza o della simpatia ma bisogna ammettere che buca lo schermo come pochi altri. Gianfranco Funari può definirsi la scheggia impazzita della televisione italiana. Assente ma presente, impegnato ma frivolo, istintivo ma ragionevole. Sono anni che va in giro a lamentarsi di appartenere a quella schiera di epurati politici dalla tv come Santoro o Luttazi, ma poi è sempre seduto da Mentana o da Chiambretti a soloneggiare e a “incazzarsi” contro tutto e contro tutti. La verità è che Funari è il miglior manager di se stesso, un attento professionista della comunicazione che sa quello che il pubblico vuol sentirsi dire e in che modo. Funari non raccoglie consensi ma affascina, incuriosisce e tutto sommato viene apprezzato. Viene apprezzato per quello che trasmette: la verità, la sua verità. Condivisibile o meno, ma pur sempre sincera. Funari è l’esempio di come ciò che conta nella nostra società non sia tanto il contenuto populistico di una proposta politica del tipo meno tasse-più sicurezza-una giusta sanità, ma la forma con cui si parla alla gente. Il linguaggio. La forza dell’ex croupier di casinò non è quello che dice ma il modo in cui lo dice. Un linguaggio comune, a volte scurrile, volgare, introspettivo, chiaro e sanguigno.
Scheggia impazzita dicevamo. Un complimento, forse. Una definizione dovuta di certo ad un personaggio che alla fine dei conti non sai mai cosa sia realmente: intrattenitore, cabarettista, politico o giornalista. E’ proprio questa mancanza di un ruolo stabile e credibile il limite di Funari. E la sua presunzione: quella di essere er meglio.
Gianfranco Funari è il mio nuovo invitato a cena:
antipasto: mortadella a dadini
primo: bucatini alla crema di fagioli
secondo: coda alla vaccinara
dolce: treccia del buonaugurio
champagne
(Dopocena: una partitina a chemin de fer )
martedì, 29 novembre 2005
Forse è vero che il nome racchiude il destino di ciascuno di noi, Selvaggia Lucarelli deve averlo pensato bene quando si è ritrovata Adriano Pappalardo come suocero. Sì, quel Pappalardo il cui aggettivo “selvaggio” è solo una dei tanti epiteti che gli sono stati attribuiti una volta tornato dall’isola dei famosi, e che in effetti girano sempre intorno allo stesso concetto.
Lo so, questa associazione tra il suo nome e la principale caratteristica del padre del marito risulta un po’ forzata, ma concedetemela dato che di “forzato” in Selvaggia Lucarelli c’è poco e niente. Non è un caso che la signora Pappalardo faccia la radio e in tv ci vada solo come ospite.
Selvaggia Lucarelli non è una conduttrice televisiva (benché un paio di stagioni fa abbia presentato su Raitre “Cominciamo bene” con Michele Mirabella), non è un’opinionista da salotto (sebbene proprio grazie a questo ruolo, nello studio di un reality, abbia conosciuto il fortunato che l’ha poi impalmata), non è una giornalista sagace e pungente (nonostante l’abitudine di scrivere pezzi brillanti sulle principali riviste cult del paese) e non è una blogger navigata (per quanto gestisca uno dei siti più commentati della blogosfera). Selvaggia Lucarelli è molto di più. Molto di più perché tutto quello che fa (e che dice) odora di professionalità, onestà e intelligenza. E di un sano cinismo, come quello che l’ha portata a linkare in mp3 su internet la conversazione telefonica privata con Loredana Lecciso, che rivelava alcune chicche sull’ingaggio del compagno nel programma della Ventura.
Una professionista della comunicazione, l’opposto di quei personaggi che si professano un po’ tutto (scrittori, giornalisti, opinionisti, presentatori), ma che alla fine non sono niente perché non hanno nulla da dire, pariettisticamente parlando.
Non è un caso il riferimento alla Parietti, termine di paragone contrario e opposto quando si parla della Lucarelli. Se la prima infatti si crede bella e intelligente (col beneficio del dubbio, oggi come oggi, su entrambi i fronti), la seconda appare essere (prima) intelligente e (poi) bella, senza dubbio.
Un handicap, forse, ma tant’è.
Ecco, Selvaggia Lucarelli la inviterei volentieri a cena:
primo: ravioli di zucca alla salvia
secondo: insalata di petto d’anatra selvatica
contorno: purè di zucca all’aneto
dolce: spumone di pere al cioccolato
(Dopocena a fare scherzi telefonici anonimi #31#)
lunedì, 28 novembre 2005
Ambigui si nasce o ci si diventa? Come tutti gli interrogativi che dividono non c’è una sola risposta a questa domanda. Nel 90% dei casi infatti di ambiguità ci si traveste, l’ambiguità viene indossata come un abito più o meno elegante o volgare per far discutere, per far parlare di sé, per esistere. Tanto più efficace quanto meno somiglianti alle forme di Gisele siano quelle da rivestire, ma piuttosto simili a quelle di uno scaricatore di porto. Una liberazione, probabilmente, ma anche un rischio se si pensa che il ridicolo o la perdita di credibilità sono sempre in agguato. E da certe maschere o costruzioni sappiamo bene come diventi pressocchè impossibile prendere le distanze. RuPaul in America, travestito doc – ma pur sempre travestito – è riuscito abbastanza bene a lavorare su questo aspetto – l’ambiguità appunto – facendo i miliardi come star dell’entertainment d’oltreoceano pur mantenendo una sua coerenza artistica e d’immagine. Ma è un caso più unico che raro. In Italia brillano le stelle di Platinette o di Vladimir Luxuria, più definita la prima, più sfumata la seconda tra ambizioni narcisistiche di tipo macchiettistico e aspirazioni politico-intellettuali più concrete e difficili in un paese come il nostro.
C’è però un buon 10% che con l’ambiguità ha un rapporto viscerale che arriva da lontano. Certo, ci gioca e ci ricama su, ma non sembra indossarla bensì incarnarla. EVA ROBIN’S, all’anagrafe Roberto Coatti (Eva in onore del personaggio dei fumetti Eva Kent), attrice troppo spesso dimenticata, è l’esempio vivente di come un certo modo di essere è appunto un modo di essere. Stop. Più di una trans, meno di un ermafrodito. Eva è Eva. Un po’ uomo, un po’ donna. Affascinante proprio per questo, ma non soltanto. Eva Robin’s mantiene infatti una dignità che va oltre ogni morbosità, è riuscita con intelligenza a giocare sulla linea di confine che le è propria, senza scadere mai nel cattivo gusto o nella caricatura.
Una mia amica ha lavorato con l’attrice e nel backstage ha potuto constatare che Eva è ancora Roberto, in tutti i sensi, al di là delle voci che si rincorrono periodicamente su certi decisivi “tagli” col passato.
Ecco, Eva Robin’s la inviterei volentieri a cena:
primo: anello di riso con tagliata e verdure
secondo: allodole arrosto con tartufo
contorno: purea di fave con scarola e pecorino romano
dolce: cannoli siciliani
(Dopo cena a leggere Pirandello).
sabato, 26 novembre 2005
Uno che si traveste da Maga Maghella per predire alla Rettore o ad Aida Yespica le sciagure più terribili dietro tarocchi come "Il pene piccolo" o "Il toupet di Paolo Limiti" o che definisce il proprio blog "di bigottismo laico più radical chic d'Italia" per poi sospenderlo vista la trend sempre più diffusa di aprire un proprio spazio in rete, è semplicemente un genio. Non ci sono altri aggettivi se non geniale (o meglio ce ne sarebbero parecchi, ma andrebbero a scandagliare aspetti fin troppo secondari rispetto la sua genialità) per definire l'irriverente (ecco, ne ho usato un altro) Costantino Della Gherardesca. Ospite fisso di Markette, su La 7. Come non citare (dalla sua biografia on line) quella volta che a Londra si recò al casting di Blind date (il Gioco delle coppie inglese) con lo smalto sulle unghie ed il trucco in viso non lavato: Costatino non fu preso, of course, ma ricorda l'episodio come una delle situazioni più dickensiane della sua vita.
Grottesco, surreale, cinico, ha lanciato un sondaggio sul suo blog dal titolo “Dove mi vorreste vedere”, e tra le varie opzioni di risposta brilla “amante di Cacciari”. Una vita ricca di aneddoti divertenti ma anche di sogni molto marzulliani, come quello di diventare direttore di rete per licenziare tutti (buonismi inutili a parte). Un solo favore: in tal caso, Chiambretti risparmiacelo!
Ecco, Costantino lo vorrei a cena:
primo: fettuccine al cognac
secondo:guazzetto di vongole e cozze con cannellini e pane
contorno: finocchi in tortiera
dolce: delizia ai due gusti
(Dopocena a vedere Queer eye for the straight guy su Sky)