IL MIO REALITY

Avevo scritto un reality show "Obiettivo Pulitzer", me l'hanno copiato. Adesso medito vendetta...

il mio occhio
(saltuariamente) Fantasioso (mai) Utilitarista (tendenzialmente) Lunatico (sempre) Vanesio (talvolta) Inquieto (spesso) Ottimista.
Le iniziali vi diranno chi sono.

che ore sono?
aforisma


FLAVIO OREGLIO

Leopardi nonostante una siepe dinanzi alla sua vista poteva scorgere l'infinito. Oggi riusciamo a fare la stessa cosa solo fumando la siepe.

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10 link (NonSoloBlog)


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02.Selvaggia Lucarelli
03.CreativaMente
04.Liberi di essere liberi
05.In tutti i miei giorni
06.Il favoloso mondo di...
07.Matteo Pedrosi
08.Sicilia ciao
09.Scuola di Televisione Mediaset


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Utente: IlmioReality
Nome: Ilmio reality (Il cognome è troppo famoso. Evitiamo di dirlo)
Un blogger con (latenti) manie di grandezza

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lo dite voi...
utente anonimo in OGGI RIFLETTEVO CHE


CONFESSIONALE

Il Mio Reality ha già ricevuto *loading* nominations!




a telecamere spente
fulviodell@libero.it


ultime foto




sing a song


PINK - JUST LIKE A PILL



emozioni dipinte


EDWARD MUNCH

L'URLOOOOOOOOOOOOOOOOOOO (1885)

emozioni girate


STEVEN SPIELBERG

INCONTRI RAVVICINATI DEL 3°TIPO (1977)

un mito


THE PEANUTS



wanna drink?


Red Bull ti mette le ali!


heal the world


make it a better place...for you and for me...


reality show time




Il reality show è un genere televisivo che possiede 4 macro-tratti distintivi:
1) il ruolo attivo giocato dal mezzo televisivo nel suo atto di comunicazione. La tv è un "demiurgo" che interviene sulla realtà;
2) il ruolo complice e consenziente della gente (famosa e non) coinvolta nel meccanismo;
3) i contenuti veicolati, relativi alla sfera quotidiana, soprattutto affettiva e relazionale, in contesti che agevolano il loro esplicitarsi;
4) la formattizzazione della realtà in griglie prestabilite.




Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7 - 03 - 2001 ma frutto della libertà d'espressione (sancita costituzionalmente) del suo autore!

situation | IL MIO REALITY



lunedì, 10 dicembre 2007

Copincollo dai messaggi del mio account su youtube:

Hi fuld,

In the truth I would like to be able to talk with the Samantha, therefore I found it very interesting. He is possible? I am certain that we very to be good friends, the look of it fascinates me and the skill of it seems to be a very special person. I am always travelling for Barcelona and if possible could visits them. I begin I find that we to change it e-mails, this would be very good.

Obs.: i´m sorry my writing english.....

Best regard´s,

Vitor

Si riferisce a questa ragazza:


Se qualcuno ha news su Samantha Dell'Acqua, ex ragazza di Non è la Rai, prego farsi vivo. Vitor dal Brasile (pero' ogni tanto si trova a Barcellona) vorrebbe conoscerla.


lunedì, 03 dicembre 2007

Per via del mio lavoro, mi capita ogni tanto di essere in ufficio per un’intera notte. Dalle undici di sera alle sette del mattino, per essere precisi.
Lavorare di notte è un’esperienza completamente diversa. I ritmi sono meno frenetici, le relazioni con i colleghi diventano più intime ed empatiche, il tempo ha una scansione più lenta, l’arredamento dell’ufficio si trasforma e appare più accogliente.
E’ chiaro che lavorare di notte è usurante e a lungo andare incide sul ritmo sonno-veglia, ma quando accade saltuariamente, come nel mio caso, è addirittura consigliabile.
Gli aspetti positivi sono di gran lunga superiori a quelli negativi. Per prima cosa si trova parcheggio davanti il portone d’ingresso, dove solitamente stazionano una decina di vigili urbani pronti a fischiare “fallo” manco fossero tanti Byron Moreno di Italia-Corea, poi il capo ufficio non c’è e questo significa che sono bandite quelle riunioni interminabili che servono a risolvere i problemi ma che finiscono per crearne sempre di nuovi, il clima che si respira generalmente è molto più rilassato e le cose da fare sono ridotte all’osso perchè ciò che si richiede è un’attività di supervisione e presidio.
Detto questo, basta un po’di stoica rassegnazione e quattro caffè ristretti, e la notte passa senza (quasi) accorgersene.
Consiglio a tutti una notte volutamente insonne. Ogni tanto. Aiuta a rigenerarsi dai ritmi stressanti di ogni giorno. Meglio ancora se avete un blog, è un’occasione in più per scrivere. Come sto facendo adesso.

giovedì, 22 novembre 2007

Alcune volte basta poco per sentirsi utile. Invitato al cinema da alcuni amici per vedere Ratatouille, dribblo cortesemente l’invito per strarmene tranquillo a casa. Ultimamente la mia vita sociale è divertente come una puntata di Un giorno in pretura e movimentata quanto una partita a dama, ma forse sono io che ho bisogno di starmene “per conto mio” e la cosa non mi dispiace affatto.
In tutto ciò sono facilitato dal fatto che il film proposto non mi attira neanche un po’: per prima cosa è un cartone animato, e io che di mio vado poco al cinema (ho Sky, non è la stessa cosa, ma tant’è) non mi schiodo di certo per un film di animazione, inoltre parla di un topo che fa il cuoco e il connubio mi fa anche senso. Per me i topi sono degli animali misteriosi. Si dice che ce ne siano milioni ma in vita mia ne avrò visti due o tre (se escludiamo le decine di trasposizioni fumettistiche e televisive che, chissà perché, hanno trovato nel roditore una figura simbolica da propinare ai bambini di mezzo mondo). Ecco, i tre topi che ho visto avrei preferito non vederli. Banale, ma vero.
Tornando alla serata, non faccio in tempo a schivare l’invito, che mi arriva la chiamata al cellulare di un’amica terrorizzata. Lei vive sola e sembra che un topo sia inavvertitamente entrato in casa dalla finestra del bagno. Lunghi attimi di terrore. La porta del bagnetto viene serrata per confinare il roditore a pochi metri quadri. I cani sguinzagliati e aizzati verso il topo sembrano non percepire il pericolo, anzi impauriti dal clima confuso battono la ritirata. La mia amica è disperata e impaurita e mi supplica di prestarle soccorso. Mi armo di forza e coraggio e vado.
Arrivato sul luogo del delitto trovo la mia amica con i cani nell’androne di casa, sfrattata dal topo che è ancora lì, in bagno. Sudo freddo e impugno una scopa. Qualcuno mi ha detto che sbattendo il bastone contro il pavimento loro escon fuori. In effetti è così, le vibrazioni fanno schizzare via il roditore ad una velocità prossima a quella della luce. Posso vederlo: è microscopico, ma fa pur sempre schifo. Tento di colpirlo ma lui cerca rifugio, avanti e indietro, tra la base della tazza del water e il bidet, posti l’uno di fronte all’altro. Così per una decina di volte. La mia amica urla di ucciderlo, ma io topicida per caso e non per scelta le rispondo che è più difficile del previsto perché è una saetta. A un certo punto l’imprevisto: il topo cambia direzione e viene verso di me (che faccio scudo sulla porta del bagno). Per alcuni secondi mi sembra di vedere la scena dei cartoon di Tom&Jerry quando il roditore esce alla scoperta e la mamy inizia a saltare come una matta fin sopra a una sedia, con me nel ruolo della mamy naturalmente. Pochi attimi ancora e il topo rientra nel bagno, ormai esausto fino alla mossa suicida che lo porta (consapevole?) fin sotto la scopa. Fine del topo.
E’ vero che basta poco per sentirsi utile. In fin dei conti ho risolto un problema a un’amica. Ma non vi dico i commenti degli amici che tornavano dal cinema, dopo Ratatouille, quando gli abbiamo raccontato l’accaduto. Mi hanno fatto sentire un novello Pacciani.  I coniugi d’Erba al confronto erano Carlo e Alice della Settimana Enigmistica.

mercoledì, 07 novembre 2007

Disordinata:"Stai preparando un nuovo disco?"
Viola Valentino:"No, per adesso mi dedico al teatro. Sto facendo La surprise de l'amour. Un artista deve cimentarsi in tante prove... "
Il Mio Reality:" Volevo dirti che ascolto spesso una tua canzone che si intitola Gianni Bella io ti amo. La trovo geniale. Inoltre hai un pubblico di 20-30 anni che ti segue. Continua così!"
Disordinata:" Ma come si fa a mettersi in contatto con te?"
Viola Valentino:"Ho il sito e myspace dove si puo' interagire..."
Il Mio Reality:" Sì, si. Basta iscriversi e si diventa amici..."
Viola Valentino:"Credo che Internet sia molto importante..anche per noi artisti…"
Viola Valentino"Ah si?"
Disordinata:"Che profumo usi?"
Viola Valentino (tenendo la testa di Disordinata verso il suo decoltè):"D'estate uso XXXX. D'inverno invece YYYY".

E' nata una storia d'amore.

Viola Valentino. Una che si spende.


martedì, 06 novembre 2007

Avvicinare un personaggio famoso a una festa è quanto di più cheap e imbarazzante si possa fare. Questo perchè il meccanismo “psicologico” di riconoscimento funziona in modo unidirezionale. In poche parole tu conosci il personaggio perché l’hai visto unmilioneetrecentocinquantamila volte in tv a disquisire di cazzate varie a Matrix o a L’Italia sul Due, lui invece non sa nemmeno che esisti e nove volte su dieci non è interessato a saperlo. Senza contare l’eventuale carenza di argomenti semmai ci dovesse essere uno scambio di battute.

Per un attimo devo aver abbandonato questa credenza se venerdi sera, durante una festa un po’ sui generis, con la mia redbull in mano, ho trascorso un piacevole quarto d’ora con la contessa de Blank. Una donna molto simpatica e disponibile. Sanguigna mentre manda affanculo tra mille epiteti qualcuno che si avvicina in modo molesto, curiosa quando ti domanda qualcosa della tua vita, rivelatrice quando ti svela che su Raidue ti tolgono la parola se stai per dire qualcosa di poco conveniente, materna quando raccomanda Giada di stare attenta e non far tardi. Oggi ho letto su Wikipedia che come minimo ha 60 anni, se non 65. Da non crederci. Di presenza avrei detto non più di una cinquantina, e lei stessa - che non rivela manco morta la sua età anagrafica - sostiene di avere un referto medico che le attribuisce un’età biologica di 40 anni. Unica presenza inquietante la folta chioma rossa di Madame Picassò, sorridente e statuaria, sempre al suo fianco. Muta come un pesce ma tanto generosa, come mi ha detto Giada sfoggiando gli orecchini che al pomeriggio la stessa dama le aveva regalato, una vera amica per mammà.

***

Patrizia De Blank. Donna di mondo.

 


martedì, 24 luglio 2007

Se Dublino mi era piovuta addosso inaspettatamente, Barcellona è stata un parto lungamente travagliato. Alla fine però è arrivata in tutta la sua solarità e informalità.
Bella, non c’è che dire. Barcellona è una città che se da un lato conserva gelosamente le sue radici mediterranee, dall’altro le coniuga a quelle europee nei servizi, nei trasporti, nell’architettura e nella pulizia.
Per intenderci è caotica e misteriosa ma allo stesso tempo spaziosa ed elegante (ed ha una metropolitana che in confronto quella di Roma è la pista Polistil).
Detto questo non mi dilungherò oltre a parlare di Sagrada Famiglia, Parc Guel, Rambla o Museu Ricasso – in rete troverete il ben di Dio, piuttosto scrivo per mettervi in guardia su un paio di cosette che è bene sapere prima di metter piede nella capitale catalana.
1°) La pipì o Golden rain – fate voi. Sì avete letto bene, la pipì è una vera e propria piaga per Barca (come viene familiarmente chiamata dai suoi abitanti) tanto da spingere l'amministrazione comunale a rifilare una multa fino a 1500 Euro a chi viene colto dall'irresistibile raptus di urinare per strada. Sanzione che evidentemente non scoraggia nessuno dato che nell'arco di poche ore ho visto nell'ordine a) quarantenne spagnolo in stato di semi-ebrezza calarsi le braghe (che evidentemente scoppiavano), alle 4 del pomeriggio, davanti la porta della palazzina dove stavamo, per liberarsi di circa mezzolitro della bevanda alcolica tracannata poco prima in spiaggia; b) uomo di colore sui 30 anni sfoderare il proprio organo riproduttivo - di dimensioni tali da confermare ciò che la leggenda dice - davanti alcuni scooter parcheggiati a ridosso di un marciapiede affollato da decine di clienti di alcuni pubs e sorridere beato durante la fase di annaffiamento; c) studente rasta dall'aspetto sfigato inseguire un gatto col getto giallognolo espulso dal suo attributo.
La città in effetti è pulitissima, ma se vedete una pozzanghera diffidate.
2°) Alonso. Non so cosa gli sia preso, ma gli spagnoli sono letteralmente impazziti per il pilota della McLaren, quasi fosse un novello Dominguin o un giovane Julio Iglesias. Impazziti al punto tale da coniare il termine Alonsomanìa e destare un interesse maniacale senza precedenti – come solo in Spagna può succedere – verso la Formula1 . In effetti la città è tappezzata da foto, poster, pubblicità e manifesti col faccione mandibolare del campione asturiano (in pratica Alonso sponsorizza di tutto tranne gli assorbenti con le ali).
E se vi capita di passeggiare per la via Laietana es essere fermati da un'hostess davanti un centro Vodafone che vi chiede entusiasta se volete entrare per farvi una foto col campeon Alonso - certa di farvi il regalo della giornata e sicura di un vostro moto di esultanza - non rispondete  freddamente e altezzosamente "No grazie, sono Italiano!" lasciandola di stucco come ho fatto io: i sensi di colpa per avergli smontato un mito vi accompagnerebbero per un intero pomeriggio.
 

3°) Le tapas. Sono buonissime e ne troverete di tantissimi tipi anche nella bettola più sperduta dei vicoli del centro storico. Non potrete fare a meno di provarle e assaggiarle tutte salvo pentirvene quando vi arriva il conto. Ricordatevi che anche nel tugurio più alla buona che trovate tenteranno in tutti i modi di spennarvi in quanto turisti, dunque fatevi consigliare da qualcuno del luogo per non finire la vacanza a chiedere l’elemosina lungo las Ramblas (che eviterei volentieri).

4°)La Sagrada Familia. Suggestiva è suggestiva, ma da fuori. Da qualsiasi angolazione, ma sempre da fuori. Non fatevi prendere dallo scrupolo di entrarci perchè siete a Barcellona ed è pur sempre il simbolo di questa città in perenne costruzione e sperimentazione, perchè butterete 15 Euro. Dentro è un cantiere a cielo aperto pieno di distributori di patatine a gettoni quasi fosse la hall di un ospedale o gli arrivi di un aereoporto. Meglio passare una mezza giornata a prendere il sole nella spiaggia - bonificata - di Barceloneta (se non altro potreste fare incontri più interessanti).

5°)I trans. Almodovar docet. Mai mostrarsi stupiti o imbarazzati se quella bionda esplosiva con due bocce che neanche Pamela Anderson e Carmen Electra insieme, quando apre bocca sembra Luciano Ligabue che fa i gargarismi!

***


martedì, 16 gennaio 2007

Credo che trovarsi al ristorante in un tavolo da dieci in compagnia di 2 persone che conosci bene, altre 2 che conosci fino a un certo punto e le restanti 6 che non hai mai visto in vita tua,sia tra le situazioni più fastidiose e imbarazzanti che possano capitare.

La mia idea di tempo libero è piuttosto rigida, a dire il vero. Concepisco il divertimento solo con certe persone. Ad esempio, per me andare a mangiare fuori vuol dire rilassarsi con gli amici stretti o il partner. Stop. Quando i commensali sanno a malapena il tuo nome per me è come si trattasse di una cena di lavoro che, detto tra noi, gradisco quasi quanto una sfida di ballo di una puntata serale di Amici di Maria De Filippi.

Dunque quando mi ritrovo di sabato sera al ristorante insieme a un gruppetto di persone di cui mi può interessare quasi quanto l’ultima fatica editoriale di Andrea Pinketts, in quello spazio prezioso che chiamo “tempo libero”, mi viene un’ansia terribile.

A maggior ragione quando il divertimento principale degli amici dell’amico del cugino della sorella del mio amico è quello di guardare al cellulare filmati esilaranti scaricati da internet o fotomontaggi divertenti come la banana sbucciata a forma di fallo.

 

Una cena che ne ricorda un'altra (era una pubblicità francese) 

 

Tuttavia nessun imbarazzo è paragonabile a quello provato nel 2002 quando per una cena di lavoro, non so ancora come, mi ritrovai a Londra – in piena city – nella fastosissima “Gondolier’s room” dell’Hotel Savoy. Un supplizio interminabile.

Circondato da una ventina di colleghi inglesi, per lo più donne sui 35 anni portati come un’inglese media di trentacinque anni porta i suoi anni, abbigliate con qualcosa che definirei vesti leggere e colorate – sobrie quanto i kafkiani di Marta Marzotto ma più simili ai parei dei vucumprà di San Vito Lo Capo –  e senza calze (la temperatura era di 10-12 gradi al massimo, ma essendo aprile per loro era primavera inoltrata).

Seduto accanto al megadirettore galattico della mia azienda, un cubano che aveva rinnegato le sue origini latinoamericane per abbracciare la causa capitalistica occidentale (tant’è che parlava un inglese più incomprensibile dell’italiano di Paris Hilton – "mellio kembiarwi" – nello spot dei cellulari) e che mi rivolgeva domande dal contenuto ancora ignoto che comprendevo esser tali sol perché, alla fine, riuscivo a percepire un’intonazione inquisitoria.

Per non parlare del cibo. Avete mai provato a gustare l’alta cucina inglese di un hotel a 5 stelle? Bene, se non l’avete fatto, non fatelo mai. Quello che vi porterebbero a tavola nella sciagurata ipotesi ci cedere a questa tentazione culinaria avrebbe infatti la parvenza di tutto fuorché di qualcosa di commestibile: brodaglie insulse, filetti sanguinolenti più spessi che larghi e dolci budinosi dall’aspetto inquietante.

Tutto questo condito dalla stizza di non essere da qualche altra parte di Londra a sballare (si trattava di una frenetica due giorni) piuttosto che rinchiusi mezza giornata nella sala di un albergo a digiunare!


giovedì, 11 gennaio 2007

La somiglianza improbabile

 

Mi è stato detto di tutto: che somiglio a Nek, che ricordo Robbie Williams, che ho qualcosa di Enrico Papi (tocchiamo ferro), che sembro Enrico Montesano, che ho il viso come Ben Affleck, che sono uguale a un attore di Un posto al sole o a Jim Carey. Ma Cristopher Lambert ancora non me l’aveva detto nessuno!

 

 

Il particolare bizzarro

 

Quando mi trovo in prossimità di una candela è più forte di me e faccio gocciolare sempre un po’ di cera sul dorso della mano. Masochismo?

 

 

L’info inutile a carattere infantile

 

Da piccolo mia madre costringeva me e mio fratello a indossare dei terribili pantaloni alla zuava – quei pantaloncini che si fermano appena sotto al ginocchio e allacciati con un bottone – uguali. Un vero supplizio. Inoltre imponeva al barbiere di tagliarci i capelli – all’epoca liscissimi – con caschetto e frangetta simil casco di banane, tipo Caterina Caselli giovane. Un look che detestavamo, decisamente poco anni 80.

 

 

L’aneddoto imbarazzante (ma non troppo)

 

Non lasciare mai la porta socchiusa dopo aver fatto quello che si fa tra fidanzati. Soprattutto se in casa vivono altri coinquilini invadenti. E comunque accertarsi sempre che, una volta che il partner sia uscito dalla stanza per andare – chessò – in cucina, la porta sia stata accuratamente chiusa. Ricordarsi in ogni caso di vestirsi il più velocemente possibile.

 

 

Una tremenda verità

 

Mio nonno paterno era cugino di secondo grado della mamma di Raffaella Carrà.

***

Ho mutuato da questo bel blog, adesso passo la palla ai solerti lettori.


sabato, 06 gennaio 2007

Sal e Ser sono due miei amici caratterizzati da (per quanto riguarda Sal) una conoscenza specialistica dell’inglese che rasenta una padronanza pari quasi a quella di un madre lingua del profondo Derbyshire e (per quanto riguarda Ser) una cultura più ampia che contempla dunque ANCHE un’ottima conoscenza della lingua di Paul McCartney (o se volete di Lee Ryan degli ex Blue) – insieme a tutta una serie di nozioni più o meno interessanti che spaziano dal jazz alla neurologia (passando anche per la statuaria di Prassitele).

Bene, se pensate che dati i presupposti di cui sopra i due risultino divertenti quasi quanto un monologo di Martufello (o un film con Massimo Boldi e Christian de Sica, vabbè fate voi), vi sbagliate di grosso.

Il segreto infatti sta nel farli interagire.

Avete mai provato a mettere insieme due che si fanno la guerra per primeggiare sul piano culturale? Due che si sfidano continuamente sui significati delle parole, le etimologie dei vocaboli e le accezioni dei modi di dire (sia in Italiano che in Inglese) con la speranza di beccare l’altro impreparato?  

Bhè, se non l’avete mai fatto, fatelo. Posto che sia facile trovare due persone piuttosto colte o specializzate: verrà fuori qualcosa di estremamente divertente. Soprattutto se vi trovate di sera in un locale con altre 200 persone intorno a voi in uno dei posti più cool della città.

Non ci crederete ma la miccia si è innescata sul significato inglese del verbo TO SUMMONS: uno (Ser) sosteneva l’utilizzo corrente di questo verbo con il significato di “ordinare di presentarsi in tribunale”, l’altro (Sal) – colto in flagrante – negava il suo uso nel linguaggio comune, quello parlato dalla gente.

Ora, non che a me interessasse più di tanto sapere come si dica in inglese la locuzione “ordinare di presentarsi in tribunale”, ma credo che se la discussione fosse andata avanti un altro po’, qualcuno sarebbe finito davvero to be summonsed to appear in a lawcourt*. E magari condannato a leggere tutti i libri sull’inglese del maestrino Beppe Severgnini (tanto per rodersi ulteriormente il fegato).

 

*essere chiamato in giudizio


lunedì, 25 dicembre 2006

Alcuni sms ricevuti oggi:

Auguri di buon Natale. Oggi Iva ha 25 persone e farà tutto lei perchè non c'è servitù. Evviva. Baci Mirko (Mirko Simionato, da qualche parte in Veneto - h 12,13)

Auguri bel maschione dalla tua Dedè. (Desireè, Punta Raisi- h 12,22)

Hi amore! Merry Xmas. Here it's strange, it's 13 degrees and very warm over here! It has not been any snow! Siri. (Siri, Goteborg - Svezia- h 17,04)

Nonostante le incomprensioni, le parole dette e quelle non dette, nonostante i tuoi giochi e la tua ironia e nonostante le mie ossessioni e paure, nonostante la tua ragione e i miei sentimenti, nonostante la tempesta e le nuvole, nonostante il freddo al cuore e i lacci alle mani che impediscono di alzare la cornetta per chiamare...nonostante quello che siamo e quello che non saremo mai...nonostante te e nonostante me...BUON NATALE. (Disordinata, Palermo- h 19,32)

Consuntivo: senza volerlo ho saputo ciò che fa la Zanicchi, in che modo mi vede una collega, che aria tira in Svezia di questi tempi e soprattutto che un'amicizia raffreddata sembra ormai in via di scongelamento.

E intanto in Australia se la spassano...


martedì, 05 settembre 2006

La mia regione preferita? sempre la stessa...(quale? clicca qui). Chi vuol capire capisca.


lunedì, 07 agosto 2006

Seduti a parlare di Virginia Woolf, dei blog che sono diari on line, di una storia d’amore finita nei fumi grigi di Londra, dell’età giusta che deve avere un partner, di psicanalisi e psicanalisti, di feste estive e di binge drinkers.

Improvvisamente ti alzi e te ne vai. Poi ritorni. Sei insofferente ai nostri discorsi.

Mi dispiace ma è un  problema tuo.

Preferisco di gran lunga parlare di cazzate piuttosto che sorbirmi la pesantezza di certi discorsi sulla new age.

Preferisco apparire frivolo e approssimativo – tanto so di non esserlo – piuttosto che recitare il ruolo della persona profonda e ispirata.

Ho imparato che spesso il senso delle cose e delle parole non va colto letteralmente. Conta di più quello che c’è dietro. Il background.

E se mi vedi superficiale è perchè sei tu a non volere sentire oltre le parole. 

 

 


giovedì, 03 agosto 2006

Guidare in autostrada è una delle cose più liberatorie che possano esserci. Di notte specialmente. Quando attraversi la Sicilia, in particolare. Non importa se a tratti la carreggiata si restringe improvvisamente per dei lavori in corso che non finiranno mai, non fa niente se sei costretto a deviazioni istantanee nella corsia opposta per motivi insondabili, non fa caso se tra un’area di servizio e quella successiva devi percorrere 120 Km. Se sei con la compagnia giusta tutto questo sarà ugualmente rilassante. E capiterà poi di fermarti al primo autogrill per andare in bagno e ti guarderanno tutti perché sei con una modella assurda, ti succederà di ridere per quei messaggi di Milena trans lasciati scrupolosamente sui muri di tutti i cessi maschili e femminili, ti verrà voglia di sentire i tuoi amici rimasti a casa – e sono le 5 di mattina – per sapere come è andata a finire la serata, ti accadrà di mettere su la canzone di Syusy Blady che dice di voler essere porca.

Unico accorgimento una bella t-shirt smanicata, giusto per quelle due ore di strada. L’estate è fatta anche di questo.

****

(L'immagine di qui sopra è stata presa dal sito / The image above has been taken from the site http://www.wireheadarts.com/highway.html )


lunedì, 24 luglio 2006

Ammetto di non saperne molto. Che è la seconda città della Spagna, ma la meno spagnola di tutte. Quindi se pensate a nacchere, corride con toreri impettiti o scialli di ciniglia, avete sbagliato tutto. (Come cercare una gondola nel porto di Napoli o pretendere una pizza margherita doc a Torino).
Come simbolo la Sagrada Familia che se tutto va bene verrà terminata verso il 2020. Freddie Mercury le dedico un brano da brivido, insieme a Montserrat Caballè. La sua rinascita culturale e mondana va fatta risalire ai primi anni 90, quando ospitò le Olimpiadi. Gaudì, Mirò, Picasso. Bigas Luna. Una squadra di calcio che può contare sul talento di Ronaldino e dal prossimo anno anche del nostro Zambrotta.
Ah, Fabio Volo ci ha imbastito il suo ultimo programma di Mtv.
Se migliaia di italiani vanno a Barcellona e non vogliono più tornare un motivo ci sarà.
 
Ve lo saprò dire la settimana prossima.
***

giovedì, 20 luglio 2006

Annuncio in bacheca su carta stampata:
Dal 1° Luglio sono aperte le iscrizioni per il corso di windsurf. L’età minima richiesta per accedere è di 10 anni. Il corso consta di n. 6 lezioni della durata di 1 ora ed è comprensivo di assicurazioni. Per informazioni contattare i numeri telefonici 347 XXXXXXX e 333 XXXXXXX chiedere di Fabio e Maurizio.
 
E più giù, scritto a penna:
ma quanto consta questo corso?
Consta molto?
Passerei ore a leggere bacheche, annunci, graffiti e scritte dentro i cessi

martedì, 18 luglio 2006

Passi due mesi della tua vita chiusa in casa a studiare. Non esci, non ti diverti, rinunci al tuo tempo libero. Sei fatta così, tutta una questione di senso di colpa. Un pò come i flagellanti che si autopunivano in segno di penitenza.
Uscire la sera? Sia maaaaai. Devi studiare. Andare fuori per il week end? Non se ne parla. Devi ripetere. Farsi un giro in centro per un caffè? Non è possibile. Devi studiare e poi ripetere di nuovo.
Il fatidico giorno si avvicina. E’ l’undici luglio. Undici. Come l’undici settembre o l’undici marzo. Un giorno che è diventato un simbolo. Il giorno della catastrofe. E per te un esame è peggio di uno tsunami annunciato, altrochè: travolge la tua vita e la porta via chissà dove, restare a galla è solo un miracolo.
Forse per questo ci rinunci.
Getti la spugna perchè dici che non è vero che studiavi. Maledetti mondiali. E cadi in "deprescion".
Il giorno dell’esame però qualcosa tri spinge all’università. Vuoi vedere gli altri gioire per un 25 regalato. Eppure quelle risposte le sapevi tutte, peccato. In più un tuo vecchio amico d’infanzia, già assistente, sta interrogando ed è proprio lui . Non ci pensi più e ti siedi. Affronti l’esame. E’ un successo sigillato da un 30 strameritato. E il "brutto pensiero" svanisce.
 
Ecco, l’isolamento fa male. Pensi sempre che gli altri siano diversi, speciali, migliori mentre tu sei l’ultima ruota del carro. Non è così. Il confronto serve sempre. Serve a farti capire che ce la puoi fare perchè quella SPECIALE sei tu. Devi solo crederci. Complimenti, Disordinata.

domenica, 16 luglio 2006

Non pensavo di avere questa “vis polemica”. Oddio, in realtà so benissimo di esser dotato di una lingua lunga, ma non fino a questo punto.

Domenica mattina. Sono solo a casa e sto dormendo. Squilla il cellulare una volta. Maledetto telefono, lo spengo sempre. Ieri notte ho deciso di lasciarlo acceso, non so perché. Mi sveglio, guardo l’orario: non sono neanche le 9. Guardo la chiamata: non si fa sentire da giorni, e ha deciso proprio stamattina di chiamare? Comunque non ce l’ho fatta a rispondere, dovesse richiamarmi, lo farò.

Passano dieci minuti, sento squillare la suoneria del Motorola per la seconda volta. E vabbè, ormai il sonno si è spezzato e poi il numero è “privato” e io sono curioso, devo rispondere. Con voce catatonica farfuglio un “pronto” e dall’altra parte una voce maschile, grezza, di un tipo sulla quarantina, inizia a blaterare cose su Telecom, adsl e via dicendo. Non ci penso due volte e riaggancio.

L’adsl ce l’ho con Tin.it, per altro lo sto per disdire perché pago un botto e ogni tanto si stacca la linea. Non ho intenzione di sentire parlare di adsl, a maggior ragione da parte della Telecom o chi per lei.

Pochi secondi. Risquilla il telefono. Ancora privato. E no, adesso rispondo. E’ ancora il grezzo sui quaranta. Lo investo di parole urlate “Chi vi ha dato il consenso a chiamare questo numero?”, “Diamine, esiste una legge sulla privacy!”, “Di domenica mattina, come vi permettete? Mi dica il suo nome che la denuncio!”.

Le risposte non mi soddisfano. “Avrà lasciato a qualcuno il suo cellulare”. Ed io “Ma poi lei, così ignorante, cosa chiama a fare che neanche si capisce quello che dice?”. Insulti in siciliano dall’altra parte mi convincono a riagganciare.

Sono nero. La giornata sembra iniziata male, io ho sonno arretrato e come sveglia non è stata certamente delle migliori.

Tuttavia, mai disperare. Sempre sul cellulare di pomeriggio arriva un messaggio “Se sei solo a casa passo”. In effetti sono solo, eddai puoi venire.

Morale: se avete voglia di scaraventare il vostro telefonino dalla finestra perché qualcuno vi ha svegliato, disturbato o insultato, contate fino a dieci. La giornata potrebbe volgere al meglio nel giro di un beep.


mercoledì, 12 luglio 2006

Decidi di rivolgerti a un’agenzia che si occupa di reclutare ragazze au pair da tutta Europa. Per chi non lo sapesse le cosiddette au pair sono di solito quelle ragazze straniere che vengono a vivere a casa vostra, per un periodo variabile che va da qualche mese all’anno, per aiutarvi a badare a quelle piccole pesti indemoniate che chiamate figli. Esattamente come Kaori, la famosa giapponesina della Philadelphia di qualche anno fa che non spiccicava una parola d’italiano eccetto il nome del formaggio spalmabile.
Cosa spinge queste fanciulle a rinunciare ai loro comfort e in generale alla loro vita beata e spensierata – chessò - tra le dighe olandesi o i fiordi norvegesi, per sorbirsi i pianti, gli strepiti e i capricci dei vostri viziatissimi pargoli per me resta e resterà sempre un mistero, ma tant’è.
Di norma la ragazza che busserà alla vostra porta sarà una tedescotta di 25 anni, spesso tatuata come una scaricatrice di porto, grondante sudore per il caldo italiano a cui non è abituata, con un girovita degno di una scultura di Botero e il capello antico come quello di zia Gertrude. Di norma. Infatti questo non è quello che è accaduto al mio amico Luigi.
Incastrato dalla sorella per andare in aereoporto ad accogliere la nuova au pair proveniente dalla Svezia, sostituta dell’ultima ragazza olandese che – tanto per dirne una - aveva tatuato un bulldog nell’avambraccio, si è trovato dinnanzi l’inimmaginabile.
Lei si chiama Siri (diminuitivo di Serena) e ha 19 anni. 1 metro e 78, snella, viso perfetto, labbra come Angelina Jolie, denti bianchissimi, occhi azzurri grandi così, capelli castani chiari, carnagione ambrata come Adriana Lima. Una sventola. Per altro molto simpatica e divertente.
Ecco, se siete donne e tenete marito e decidete di rivolgervi a un’agenzia che si occupa di ragazze au pair pensateci bene. A volte è preferibile sorbirsi i pianti dei propri scugnizzi e rinuciare a un paio di uscite. Fidatevi.
Invece se siete uomini e avete figli mandatemi pure un’email che vi fornisco l’indirizzo dell’agenzia svedese in questione.


C’è poco da fare, il calcio è l’unico collante sociale di questo paese. D’altra parte un motivo sul perchè sia lui il re degli sport in mezzo pianeta e non il rugby o il golf ci deve pur essere.
Ecco, in Italia ad esempio custodiamo un palmares di tutto rispetto sia nel volley maschile che in quello femminile, abbiamo la casa automobilistica più forte di tutte e possediamo una buona, forse ottima, tradizione nell’atletica e nel nuoto, ma il calcio è un’altra cosa. E lo dico io che di calcio non capisco nulla e non lo seguo. Ad eccezione dei mondiali.
***
Tornato di fretta e furia da Favignana e sperando di non trovare traffico nell’ultimo tronco di autostrada sempre intasato, alle sei e mezza sono già casa. Manca un’ora e mezza alla finale. Già, la finale. Una spina nel fianco per chi, come me, sebbene nato prima del 1982, ha ricordi soltanto della tragica finale americana del 1994, quella in cui Baggio sbagliò il rigore. Roba da dimenticare, insomma.
Per evitare di essere assalito da ansia o scariche di adrenalina esagerate, impiego il mio tempo mangiando, navigando e stando ad almeno due stanze di distanza dal televisore principe. E poi, non so perchè, ma preferisco sempre vedere il match a partita iniziata.
Decido di scendere e seguire la partita sul megaschermo improntato per l’occasione sotto il giardino di casa mia, dove mio fratello aveva lavorato tutto il giorno per organizzare una proiezione degna di nota, colonna sonora di Italia 90 inclusa.
Una cinquantina tra vicini di casa, amici di mio fratello e bambini scalmanati sono incollati allo schermo. Io sono l’ultimo, in fondo e in piedi. Non riesco a stare seduto.
La partita è subito tesa, arriva il rigore a favore dei francesi ma sento che tutto è ancora possibile. Materazzi fa il miracolo dopo alcuni minuti. Finisce il primo tempo giusto per salire a casa, controllare alcuni download, e riscendere per il secondo tempo. L’ansia inizia a salire, i francesi pressano troppo, e lo spettro dei supplementari diventa sempre più concreto.
Inizio a dubitare di poter gioire a fine partita, mi convinco che è sempre un gioco e perdere non è poi la fine del mondo. Però non è possibile farci fregare così, soprattutto dalla Francia. Succede l’imprevisto, il simbolo dei bleau è fuori, cacciato per aver dato una testata a uno dei nostri e inizio a sperare di nuovo.
Arrivano i rigori. Dal primo all'ultimo. Tutto è perfetto, che strano. Siamo campioni del mondo. E lì in quella nazionale c’è tanto ma proprio tanto Palermo.
***
Scendiamo in auto verso il centro della città, attenti a non prendere le vie principali. Per strada è un delirio, si riversa una quantità enorme di auto e scooter, camion e motorini. I clacson. Sui balconi intere famiglie improvvisano orchestre con il pentolame della cucina e le bandiere tricolore non si contano più. A ogni incrocio gruppi di ragazzini urlano e ridono, salutano, ci si saluta tutti senza conoscersi.
In centro si vive l’apoteosi. Non riconosco più le strade o le piazze che sono diventate un carnaio, tutto è avvolto da una luce diversa, l'atmosfera è diversa. Ragazzi sopra le pensilline delle fermate degli autobus che saltano, giovani arrampicati su statue e monumenti, gruppi di pesone sopra camion dipinti col tricolore che si fanno riprendere da telecamere e cellulari, casse da morto avvolte dalla bandiera della Francia, gente seminuda che canta l’inno. Dovunque risuona il pezzo dei White stripes. E così in tutte le città, nei paesi, sulle montagne e nelle isole. In tutta Italia, e non solo.
C’è poco da fare, il calcio è più di uno sport.

lunedì, 03 luglio 2006

Una serata normale. Decidiamo di andare in uno di quei locali sul lungomare, appena fuori città. Uno di quei posti sempre pieni di gente, da giugno a settembre, tra indigeni dalle sopracciglia tirate e le magliettine rosa scollate a vu, qualche turista entusiasta di una movida rumorosa e molto coatta, una cantante al pianobar che si sgola per fare urlare al miracolo.

Sono seduto al tavolino e ordiniamo. Di fronte a me una coppia annoiata. Lui sui 35 anni, né bello né brutto nella sua camicia con le maniche rivoltate, sorseggia la sua birra indifferente, lei, di poco più giovane, è bionda, di quel biondo che solo le straniere. Beve dalla bottiglia in un modo strano. Sembra lanciarmi degli sguardi mentre avvicina il collo di vetro alle sue labbra, risucchiando la sua bevanda in un modo sensuale e provocatorio. Sensazioni.

Passano dieci minuti, forse venti. Si alzano per cambiare tavolino. Sono arrivati altri amici. Sento una mano che allungandosi si poggia e striscia lungo il retro del mio braccio, in modo inequivocabile. E’ lei che sta attraversando il locale. Il mio narcisismo si è impennato.


venerdì, 30 giugno 2006

Una città è una bella città quando ha “carattere”. Quando ha una sua personalità – riconoscibile – nel bene e nel male. Quando è unica, nel suo genere.
Palermo è così. Chi non la conosce, se non per la mafia, le stragi e la cronaca nera, non può immaginare quanto carattere abbia la capitale della Sicilia che - per intenderci - è la mia amata e spesso odiata città.
L’occasione per fare un tuffo nello spirito di Palermo e condensare in poco più di quattro ore quello che la rende unica è stata la visita del mio amico Giona, da queste parti per motivi di lavoro.
Una sera è poco per conoscere un luogo, ma non così poco per farsene un’idea - bella o brutta che sia.
Il mare. Il profumo del mare. I frutti di mare. Prima tappa un aperitivo in spiaggia. Elegante e sobrio, e poi di corsa verso Mondello a gustare ciò che di buono offre il mare, ricci esclusi a causa del fermo biologico.
La storia. I resti. L’architettura composita. Un veloce tour nel centro storico tra Chiese barocche, costruzioni arabo-normanne, resti archeologici, preziose cattedrali, e poi dentro ai vicoli più sperduti e cadenti, con le edicole al neon custodi di madonne e padri pii e luminarie di quartiere kitsch dalle mille luci colorate accanto a palazzine antiche bombardate. Infine un veloce spuntino nella focacceria storica, tra chiese millenarie e vicoli di pietra con le prostitute.
La gente. La movida notturna. Il caos. Un salto nella zona dei pubs, dove un cocktail costa due euro e cinquanta e un pezzo di rosticceria neanche un euro.
Lusso e decadenza, sporcizia e profumi, noia e vitalità. Questa è Palermo. Ma non solo.
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Dall'alto: il golfo di Mondello; scorcio della Cattedrale 1; scorcio della Cattedrale 2; fruttivendolo della Vucciria (uno dei quattro mercati storici); piazza Politeama con bandiere rosanero; chiesa San Giovanni degli Eremiti (araba-normanna); interno dello Spasimo; la cassata siciliana; scorcio di Piazza Magione; statua di Santa Rosalia (grotta di Monte Pellegrino).
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giovedì, 22 giugno 2006

Metti un bel virus influenzale fuori stagione e un telecomando accompagnato da uno zapping ossessivo-compulsivo e il gioco è fatto. Overdose televisiva. Quattro giorni di chiacchiere, commenti, ospiti, collegamenti, vediamocosanepensanoamilano, scusasetinterrompo, cediamolalineaalnostroinviato e bla bla bla... Quattro giorni di parole. La nostra televisione è fatta di parole, altro che immagini.
Ecco, quelli che credono che l’immagine abbia preso il sopravvento sulle altre modalità espressive sbagliano. Oppure vedono poca televisione, che è tutta parole. Provate a chiudere gli occhi durante Porta a porta, Studio aperto o L’Italia sul due e vedrete, o meglio capirete, che l’immagine non aggiunge nulla di più a quello che è il racconto offerto dalle parole.
D’altra parte, quando un programma è privo di audio riesce a catturare subito l’attenzione degli spettatori, ma per pochissimo tempo. La soglia di attenzione richiesta è troppo elevata e il senso di fastidio e inadeguatezza a comprendere l’immagine stessa è sempre in agguato.
La verità è che sono stato 4 giorni immerso nell’incessante turbinio di parole – non immagini – offerte dalla nostra televisione, causa malattia, e ne sono uscito con alcuni convincimenti rafforzati.
Ad esempio ho visto che Claudia Vinciguerra, più vicina ai novanta che agli ottanta, è ancora appollaiata su quel trono (saranno dieci, quindici anni?) nel programma della domenica di Guardì a sputare sentenze sulla tv: Pippo Baudo me piace perchè me piace, "Cultura moderna" nun me piace perchè nun me piace. Il perchè non è dato saperlo, ma in realtà non ci importa neanche.
Il bello di questa donna è sapere che esiste l’essere più antitelevisivo del mondo che però è lì - in televisione - a parlare di televisione. Il massimo.
Ho poi assistito a un buon dibattito su Raitre. Il programma si intitola Cominciamo bene e non parlava di gerontologia, nonostante la collocazione e l’età media del pubblico in studio, ma del modo di affrontare la cronaca nera da parte dei giornali. Ospiti importanti, le cose dette mai banali. Un Mirabella ancora ottimo padrone di casa.
Ho pure visto il nuovo programma serale di Antonello Piroso su La7. NDP, che poi sta per Niente di personale. Un titolo che per me rimane un mistero per una trasmissione sfiziosa, ritmata, ben costruita, forse troppo autorferenziale . Insomma Piroso è la scommessa (vinta) del terzo polo, su questo non ci piove.
Tutti programmi parlati, commentati, vincolati alle parole, se ci pensate.
Su Sky invece mi son goduto le partite del mondiale e della robaccia sul canale Sky Vivo. Dei reality imbarazzantemente brutti e un tronisti story che ho retto per circa 4 secondi e mezzo: uniche trasmissioni dove l'immagine sembra dare "senso" alla parola, per quanto inguardabili sotto certi punti di vista.
Mi è bastato. Adesso voglio disintossicarmi dalle parole della televisione: ho proprio voglia di farmi incantare dal potere delle immagini che evoca la radio.
Il monoscopio. Un'immagine televisiva molto evocativa (soprattutto senza parole)

lunedì, 12 giugno 2006

Mi è venuta incontro come una madonna pagana. Tacchi, tailleur nero d’ordinanza, capello cotonato al punto giusto. Agenda per appunti. Un nonsochè di autorevole, ma allo stesso tempo materno ed equilibrato. Sta perlustrando l’area di una vecchia fabbrica ormai in disuso tra edifici scalcinati e capannoni fatiscenti. Qui sarebbero sorti i nuovi studi, forse il nuovo centro di produzione. Non ci sono guardie del corpo, strano per una che Forbes ha inserito tra le cento donne più potenti del pianeta. E non se la tira neanche. Nonostante fosse ricca. Molto ricca. La seguo come fossi un suo collaboratore tra atrii e corridoi, spiazzali e anfratti immaginando ipotetici lavori di ristrutturazione. Forse sono io la sua guardia del corpo: riesco a sventare un tentativo di violenza da parte di alcuni delinquenti. Come ringraziamento mi offre una collaborazione, guardandomi dritto negli occhi.
 
Non credo sia normale sognare per tutta la notte MARINA BERLUSCONI.

venerdì, 09 giugno 2006

Prendi una trentaduenne irrisolta che chiude tutte le o. Che di anni ne dimostra almeno 7 in più ma non glielo dirai mai. Che in ogni frase infila un “lapalissiano” o un “tautologico”. Che ti reputa “vero” dopo cinque minuti che ti conosce, e ti conosce perchè una volta ti ha visto con un suo amico in quel pub là ma tu non ricordi neanche sotto tortura di averla mai incrociata in tutta la vita. Che ti dice che eri più figo con i capelli lunghi (?) ma che comunque, diononvoglia, non sei affatto da buttare via. Altrochè. Che ti tocca la gamba perchè dal nervo lei capisce tante cose. Che dice di avere i seni gonfi (ma si e no avrà una prima abbondante sotto la giacca jeans) perchè, in questo periodo, ha voglia di fare l’amore e mentre lo dice le squilla un semaforo lampeggiante che neanche un passaggio a livello.
 
Poi prendi pure un ventenne gay smunto, biancastro, poco salutare. Che di anni ne dimostra almeno 10 in più ma glielo dirai. Che presume di aver capito il tuo narcisismo e te lo spiattella in faccia. Che ti spiega il significato delle parole che usa perchè tu prenderai sicuramente 12 albumi d’uovo visto il fisico e quindi hai poca dimestichezza con la lingua. Che parla con accento provinciale e si stupisce che glielo dici perchè studia dizione. Che gli dicono sempre di quanto somigli a Tiziano Ferro che poi anche lui è gay e quindi vabbè c’è un qualche legame.
 
Infine prendi un ventottenne in evoluzione che si è tagliato i capelli perchè l’altra volta aveva sbagliato a radersi la testa e quindi meglio un taglio netto a questo punto. Che quelli nati negli anni 70 sono i migliori. Che ti dice di come sia nervoso e lunatico al punto di dare di testa nei momenti più inaspettati. Che ha le caviglie dei piedi “romane” ovverossia grandi e di questo ne fa un vanto.
 
A questo punto prendi un bel margarita. Molto alcolico. E spera che ti salga ASAP*
 
*as soon as possible

mercoledì, 07 giugno 2006

Scopello 2005 the Titan

Non amo farmi fotografare. Perchè sono narciso. E non è una contraddizione.